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Giordano Cottur, il padre, il figlio e la bicicletta

È scappato Cottur… La sua andatura è impetuosa, il viso affilato e pallido dell’atleta compone con la sua bicicletta la prua di un ordigno aerodinamico. Un atleta triestino, della Trieste di noi tutti vola verso il traguardo della prima tappa. La sua maglia sapete com’è: rossa di fiamma. È la maglia della Wilier Triestina attraversata da un’alabarda. Rossa di fuoco, il sangue del nostro cuore è andato a tingere il tessuto che fascia gli omeri e il torso di un atleta triestino. Oggi non abbiamo che un nome sulle labbra e nel cuore: Giordano Cottur, che a un “no” per Trieste elaborato ai tavoli delle caute diplomazie, risponde con un “sì” a tutti gli sportivi italiani                                                                               Bruno Roghi
                  per Gazzetta dello Sport - Giro d’Italia 1946


I festeggiamenti per il primo centenario del Giro d’Italia (1909 - 2009), non potevano prescindere da una tappa a Trieste nel ricordo di Giordano Cottur, corridore di razza entrato nella storia delle corse su due ruote allo stesso modo in cui la sua città è nella storia del Giro. E, parlando di ciclismo a Trieste, non possiamo non far riferimento a lui, Giordano, anche se oramai ci ha lasciati da alcuni anni. Non possiamo dimenticare i suoi tre terzi posti conquistati proprio al Giro, in tempi in cui Coppi e Bartali facevano il bello e il brutto tempo. Non possiamo scordare il suo ottavo posto al Tour de France del ’47, e le altre numerose vittorie ottenute in tempi in cui il ciclismo era completamente diverso da oggi, per tecnica, attrezzature, cure mediche e tutto il resto.
Cottur corse per anni per un marchio storico, la Wilier Triestina, che si può dire sia stato creato ad hoc per lui. Per quella casa hanno gareggiato nomi di grandi campioni: da Fiorenzo Magni ad Alfredo Martini, per arrivare a Marco Pantani. Quando fu la volta di Marco, io ero il team manager della squadra. 
In sella alla sua Wilier Triestina, quante ne ha viste e passate Cottur! Erano, quelli, gli anni in cui lo sport - e il ciclismo in particolare - seguiva le fasi storiche del paese e a volte le determinava. Fu addirittura preso di mira da chi voleva cambiare il destino geo-politico della sua città, oggi capoluogo del Friuli Venezia Giulia. Accadde il 29 giugno 1946, durante una tappa del Giro d’Italia - la Rovigo-Trieste - quando furono colpiti da sassate i ciclisti. Cottur fu protagonista famoso e valoroso di quell’episodio, che voleva strappare all’Italia una delle sue città più belle e amate. 
Con piacere leggo ora la vicenda ben dettagliata di quei momenti nella biografia di Giordano Cottur che, veniamo a sapere, ebbe un padre altrettanto potente dal punto di vista atletico. Ma non è il solo passaggio degno di nota in questo libro della Fantuz. Perché tutta la vita di Giordano Cottur è qui descritta con particolari convenienti a un uomo che, se non fu uno dei grandi assi del ciclismo, ne è parte imprescindibile. Perché il campione triestino, che è stato l’alfiere della sua città sulle strade del mondo, ha seguito le corse fino ai suoi ultimi giorni, allevando e seguendo un vivaio di giovani come farebbe un bravo padre coi propri figli. Penso dipenda anche da questo il grande affetto dei triestini nei suoi confronti. Direi, anzi, che tutti coloro che l’hanno conosciuto - a cominciare dai suoi vecchi e giovani colleghi - lo stimano e lo ammirano come esempio di lealtà e come valido rappresentante dei valori dello sport.
Sono convinto che questo libro contribuirà a mantenere viva la memoria di Giordano Cottur, e a promuovere nuove iniziative in suo ricordo legate al mondo che lui più amava: quello della bicicletta. 
                                                                               Davide Cassani